“Do The Right Thing”: il film che mise l’Hip Hop al centro dello schermo
Nell’estate del 1989 una pizzeria di Brooklyn brucia sullo schermo, e per la prima volta una generazione cresciuta a colpi di boom bap e bombolette spray si vede raccontata al cinema senza filtri, senza addolcimenti, senza il solito sguardo dall’esterno. Spike Lee gira Do The Right Thing in un isolato di Bedford-Stuyvesant nel giorno più caldo dell’anno, e quel film diventa qualcosa di più di un’opera sul razzismo americano: diventa il momento in cui la cultura Hip Hop smette di essere comparsa e prende parola dentro un’opera di peso.
Non era mai successo davvero prima. Il Rap aveva fatto capolino in qualche pellicola, la Breakdance aveva avuto la sua stagione di film-fenomeno, i Graffiti erano stati documentati. Ma un’opera che mettesse l’estetica, la rabbia e il linguaggio dell’Hip Hop al centro del proprio impianto — non come folklore, ma come voce politica strutturale — quella mancava. Do The Right Thing la riempie. E lo fa con una potenza che a oltre trent’anni di distanza non si è ancora spenta.
Un isolato, un giorno, una pentola a pressione
La trama è semplice quasi fino alla provocazione. Un blocco di Bed-Stuy, una pizzeria italoamericana, Mookie che consegna le pizze (interpretato dallo stesso Lee), e una giornata d’afa che fa salire la temperatura dei rapporti tra le persone fino al punto di rottura. Il proprietario Sal, i suoi figli, i clienti del quartiere, gli anziani che osservano dal marciapiede: ognuno porta il proprio pezzo di tensione.
Il film si chiude con la morte di Radio Raheem, soffocato dalla polizia durante un fermo, e con Mookie che lancia un bidone della spazzatura attraverso la vetrina di Sal, dando il via alla sommossa che incendia la pizzeria. È un finale che non concede vie d’uscita facili, e che proprio per questo è entrato nella storia del cinema.
Lee sapeva benissimo cosa stava costruendo. La Paramount, che doveva finanziare il progetto, si tirò indietro perché non voleva toccare quel finale: alla fine fu la Universal a mettere sul piatto il budget. Già nel suo diario di lavorazione Lee aveva previsto che la stampa bianca lo avrebbe accusato di voler incitare a una rivolta razziale. Aveva ragione su tutta la linea.
Radio Raheem e il boombox: un’icona della cultura
Se c’è un personaggio che incarna l’Hip Hop dentro il film, è Radio Raheem. Cammina per il quartiere portando un boombox enorme che spara a tutto volume un solo brano, in loop, per tutta la durata della pellicola: “Fight the Power” dei Public Enemy. Quel boombox non è un oggetto di scena qualsiasi. È la voce del personaggio quando le parole non bastano, è la sua dichiarazione di presenza, è il modo in cui occupa lo spazio pubblico con il proprio suono.
L’immagine ha fatto scuola al punto che l’oggetto fisico è diventato un reperto storico: dopo il film Lee incise sul boombox le parole “Fight the Power” e “Radio Raheem Lives” prima di regalarlo al critico Gene Siskel, e oggi quel boombox è esposto allo Smithsonian National Museum of African American History and Culture. Un accessorio di una cultura di strada finito tra gli oggetti che raccontano l’America. Difficile trovare una consacrazione più netta.
Il boombox di Radio Raheem condensa una verità su cui l’Hip Hop si è costruito fin dall’inizio: il suono come territorio, la musica portata addosso e fatta ascoltare a tutti, volente o nolente. Lee fotografa questa estetica con precisione documentaria e la fissa nell’immaginario collettivo.
“Fight the Power”: il rap militante entra nella narrazione
Il brano che esce da quel boombox non è un riempitivo. Lee voleva un inno, e andò a cercarlo dalle persone giuste. “Avevamo bisogno di un inno”, ha raccontato Lee. “Quando ho scritto la sceneggiatura, ogni volta che compariva Radio Raheem aveva la musica a tutto volume. Volevo i Public Enemy”.
La scelta è tutto fuorché casuale. I Public Enemy nel 1989 erano la voce più carica e politicamente affilata del rap, e Lee cercava esattamente quello: una rabbia che fosse, parole sue, ritmica. Il regista non voleva solo una canzone bella, voleva una posizione. “Fight the Power” gliela diede.
C’è anche un aneddoto che dice molto sul rapporto tra il regista e quella cultura. La prima versione che il gruppo presentò non era il brano nella forma che conosciamo: era ancora un abbozzo. Come ha ammesso Chuck D, Lee fraintese quella bozza pensando fosse una canzone diversa, ma la usò comunque perché doveva presentare il film agli investitori. Spike Lee non era un addetto ai lavori del rap, e proprio per questo il suo affidarsi ai Public Enemy fu un atto di rispetto verso una cultura di cui riconosceva l’autorità senza pretendere di controllarla.
Il risultato è che “Fight the Power” non funziona come colonna sonora nel senso tradizionale. È un personaggio. Torna in continuazione, scandisce il film, e quando il boombox di Radio Raheem viene zittito — distrutto da Sal con una mazza — non è solo un apparecchio che si rompe: è una voce che viene messa a tacere con la forza. Da lì la tragedia precipita.
Il finale che nessuno voleva spiegare
Il vero terreno di scontro fu il bidone lanciato da Mookie. Alla sua uscita il film fu accolto con grande favore, ma diversi critici reagirono con allarme aperto. Jack Kroll di Newsweek si chiese come avrebbe reagito il giovane pubblico urbano davanti all’esplosione di violenza interrazziale del finale, e David Denby accusò Lee di “giocare con la dinamite”. Il fatto che a scagliare il bidone fosse proprio il personaggio interpretato dal regista irritò ulteriormente questi commentatori.
Vale la pena notare un dettaglio che dice molto sull’epoca: il dibattito sul finale fu animato in larga parte da opinionisti e pubblico prevalentemente bianchi, ruotando ossessivamente attorno alla domanda “Mookie ha fatto la cosa giusta?”. Molti volevano che Lee dicesse che Mookie aveva sbagliato. Lee si rifiutò sempre di dirlo. La domanda stessa, suggeriva il regista, era posta dal punto di vista sbagliato.
Non a caso il film si chiude su due citazioni messe deliberatamente in tensione: una di Martin Luther King contro la violenza, una di Malcolm X sulla legittimità dell’autodifesa. Lee non scioglie il nodo, lo consegna allo spettatore. È esattamente l’approccio che l’Hip Hop più consapevole stava portando avanti negli stessi anni: niente risposte preconfezionate, ma la realtà messa in faccia senza anestesia.
Sul piano del riconoscimento ufficiale, la storia è nota e cocente. Agli Oscar del 1990 il film raccolse appena due candidature — miglior sceneggiatura originale per Lee e miglior attore non protagonista per Danny Aiello — e le perse entrambe. Ma il vero schiaffo fu un altro: il film non venne nemmeno candidato a miglior film e miglior regia, mentre la statuetta per il miglior film andò a “A Spasso con Daisy”, un dramma sul rapporto tra un’anziana signora bianca del Sud e il suo autista nero. Difficile immaginare due opere più agli antipodi, e col tempo quel verdetto è diventato un caso da manuale di quanto l’Academy fosse fuori sincrono con ciò che contava davvero.
L’eredità: come ha cambiato il rapporto tra Hip Hop e cinema
Cosa lascia Do The Right Thing alla cultura Hip Hop, concretamente? Apre una strada. Dopo di esso, il cinema americano non può più trattare il rap e la cultura di strada come semplice scenografia esotica. Lee dimostra che quell’estetica — il modo di parlare, di vestirsi, di stare in strada, il suono che si porta addosso — può reggere il peso di un’opera intera e veicolare un discorso politico serio.
L’influenza si misura nella sua durata. Il film non è invecchiato come documento d’epoca: è rimasto attivo. Nel 2020 Lee ha diffuso il cortometraggio “3 Brothers”, che monta insieme le immagini della morte del Radio Raheem di finzione con quelle reali di Eric Garner nel 2014 e di George Floyd. “Questa è la storia che si ripete ancora e ancora”, ha commentato Lee. “L’attacco ai corpi neri è qui fin dal principio”. Una scena scritta nel 1989 che continua a parlare al presente: poche opere di qualsiasi genere possono dirlo.
Per la cultura Hip Hop il significato è doppio. Da un lato il film consegna alla memoria collettiva immagini e suoni che sono diventati patrimonio condiviso — il boombox, “Fight the Power”, l’isolato d’estate. Dall’altro stabilisce un principio che il rap rivendicava da sempre e che il cinema aveva sempre evitato: questa cultura ha qualcosa da dire, e merita di dirlo da protagonista.
A nostro avviso, è proprio qui la grandezza di Do The Right Thing. Non è “un film con dentro del rap”. È un’opera che ha capito l’Hip Hop dall’interno — la sua rabbia, la sua intelligenza, il suo senso della comunità e dello spazio — e l’ha messa al centro dello schermo nel momento in cui Hollywood faceva di tutto per tenerla ai margini. Per questo, più di trent’anni dopo, resta un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia capire come musica e immagini possano combattere la stessa battaglia.
Hai rivisto di recente “Do The Right Thing”? Qual è la scena che secondo te dice di più sul rapporto tra Hip Hop e cinema? Diccelo nei commenti.
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