Il Beat dell’Hip Hop Francese: dal sampling al Cloud Rap
L’Hip Hop Francese lo si racconta quasi sempre dalle parole: i giochi di rime di MC Solaar, le invettive del Suprême NTM, i versi cesellati degli IAM. Eppure sotto ogni testo c’è un beat, e quel beat ha cambiato pelle più volte in tre decenni. Dai vinili spolverati nei mercatini delle pulci ai laptop, dal loop di Soul campionato a mano al kick della Roland TR-808, fino alle atmosfere sospese del Cloud Rap: la produzione è la spina dorsale meno raccontata del Rap d’oltralpe.
Seguire l’evoluzione del Beat francese significa attraversare la storia stessa del genere, dai primi esperimenti degli anni Ottanta fino ai suoni liquidi che oggi dominano le classifiche. È un percorso fatto di tecnologia, di influenze americane riadattate e di una manciata di produttori che, spesso restando nell’ombra, hanno definito il modo in cui suona un’intera scena.
Le radici nel sample (1984–1991)

DJ Dee Nasty
Il primo tassello discografico del Rap francese porta la data del 1984: “Paname City Rappin'” di Dee Nasty, costruito su breakbeat funky che guardavano dritti a New York. Nello stesso periodo la trasmissione “H.I.P.H.O.P.” condotta da Sidney portava la cultura Hip Hop nelle case francesi, anche se sarebbe rimasta in onda circa un anno. Il vero punto di partenza collettivo arriva però nel 1990 con la compilation “Rapattitude”, primo documento sonoro organico della scena, dove comparivano tra gli altri NTM e gli Assassin, ex crew di Writer e breaker parigini.

MC Solaar
In questa fase il modello è dichiaratamente statunitense: la East Coast, l’estetica della Native Tongues, il campionamento di dischi Funk, Soul e Jazz. La logica è quella del DJ che diventa produttore, che scava nei dischi alla ricerca del break giusto e lo trasforma in fondamenta. Nel 1991 esce “Qui sème le vent récolte le tempo” di MC Solaar, prodotto da Jimmy Jay, conosciuto da Solaar a un campionato di DJ nel 1989. Il singolo “Bouge de là” gira attorno a un loop di “The Message” dei Cymande, band londinese dei primi anni Settanta, e diventa uno dei primissimi successi Rap in Francia. La formula è quella jazzata e morbida che renderà Solaar il primo volto noto del genere, capace di parlare a un pubblico ben più ampio della sola scena underground.
L’età dell’oro del Boom Bap (1991–1999)

Assassin
Gli anni Novanta sono il regno del Boom Bap francese: kick e rullante secchi, loop di vinile, una cura quasi artigianale nella scelta dei sample. Il nome del beatmaker conta tanto quanto quello del rapper. Jimmy Jay, collezionista ossessivo di dischi, costruisce per Solaar l’album “Prose Combat” (1994) con Boom Bass, affiancati al mix da Philippe Zdar: due nomi che di lì a poco daranno vita ai Cassius e diventeranno pilastri della French Touch elettronica, a riprova di quanto il confine tra Hip Hop ed elettronica francese fosse, già allora, poroso.

IAM
Il monumento del periodo arriva però da Marsiglia. Nel marzo 1997 gli IAM pubblicano “L’École du micro d’argent”, prodotto da Imhotep, Kheops, Akhenaton e Shurik’n. Registrato in parte a New York e segnato dall’estetica del Wu-Tang Clan, l’album fonde campioni di musica orientale, colonne sonore e dischi d’archivio etnomusicologico. “Petit frère” campiona “C.R.E.A.M.” del Wu-Tang, mentre Kheops setaccia i mercatini delle pulci alla ricerca di frammenti vocali da incastrare nei brani. Trainato da un successo immediato, supererà il milione e mezzo di copie, restando a oggi uno dei dischi più venduti della storia del Rap francese.

Ärsenik
Accanto a Solaar e IAM cresce un Boom Bap più cupo e lirico: gli Ärsenik con “Quelques gouttes suffisent” (1998), i Lunatic di Booba e Ali, ancorati a quell’estetica prima di prendere altre strade. Il sample, in tutte queste produzioni, resta il cuore pulsante: ogni beat è un dialogo con la storia della musica nera americana, riportata in vita un disco alla volta.
Dal vinile al laptop: la svolta digitale

Cut Killer
Con il nuovo millennio cambia lo strumento prima ancora dello stile. I campionatori hardware come l’Akai MPC lasciano progressivamente spazio alla produzione su computer, e i beatmaker iniziano a costruire le basi con software, librerie di suoni e synth virtuali più che con dischi da campionare. La grana ruvida del vinile cede il passo a un suono più pulito e definito.

Orelsan
È una fase di diversificazione. Figure storiche come Cut Killer — legato per sempre alla scena cult del film “La Haine” — e DJ Mehdi, produttore di riferimento del 113 e degli Ideal J, avevano posato le fondamenta negli anni Novanta; ora vengono affiancate da una nuova generazione. Il Rap francese sperimenta contaminazioni con il R&B, il raï, le sonorità mediterranee e caraibiche, mentre produttori come Skread, che diventerà il produttore di riferimento di Orelsan, e il team Therapy modernizzano il genere. Il campionamento non sparisce, ma smette di essere l’unica via per costruire un beat. Il terreno è pronto per l’ondata che, di lì a poco, avrebbe ridisegnato le classifiche francesi.
L’onda Trap: 808 e Atlanta a Parigi (2012–2016)

Booba
Il cambiamento più netto arriva dagli Stati Uniti, e più precisamente da Atlanta. La Trap si riconosce a orecchio: il kick profondo della Roland TR-808, i charleston spezzati in doppi e tripli colpi, le nappe di sintetizzatore cupe, un tempo lento ma incalzante. È il linguaggio di produttori americani come Metro Boomin e Mike Will Made-It, e in Francia trova subito chi lo intercetta.

Kaaris
Il primo è Booba, che con “Futur” (2012) affida gran parte delle produzioni al team Therapy, già immerso nelle sonorità di Atlanta. L’anno della consacrazione è però il 2013, quando Kaaris pubblica “Or Noir”, anch’esso prodotto da Therapy: con il singolo “Zoo” la Trap diventa di colpo il dialetto dominante del Rap francese. Gli 808 invadono tutto, e quasi ogni grande nome — da Gradur a Dosseh — finisce per adottarne i codici. Nel frattempo MHD porta il fenomeno in una direzione personale, fondendo ritmiche afro e Trap nell’Afro Trap che lo rende celebre. Non mancano le critiche: i puristi del Boom Bap parlano di omologazione, di flow ricalcati sullo stesso stampo. Ma il dado è tratto, e il beat francese parla ormai la lingua di Atlanta.
Il Cloud Rap e l’estetica liquida (dal 2015)

PNL
Mentre la Trap dilaga, dagli Stati Uniti arriva un’altra mutazione. Il Cloud Rap nasce sul finire degli anni Duemila attorno al produttore Clams Casino e al rapper Lil B, con beat eterei, campioni avvolti nel riverbero e batterie sature: un Hip Hop sognante, lo-fi, costruito più via email che in studio. A$AP Rocky e i Main Attrakionz ne diffondono l’estetica oltre la nicchia.

Nekfeu
In Francia è un duo a portarlo nel mainstream: i PNL, i fratelli Ademo e N.O.S di Corbeil-Essonnes. Con “Le Monde Chico” (2015) e soprattutto “Dans la légende” (2016) impongono un suono malinconico e ipnotico, dove l’Auto-Tune e il riverbero pesano quanto le parole. Dietro quei beat ci sono produttori come BBP e Nk.F: per “Dans la légende”, BBP firma alcune delle basi più note, tra cui “Naha” e “Onizuka” (quest’ultima co-prodotta con Dolor). Il suo marchio di fabbrica è una sintesi precisa, le melodie nervose della Trap fuse con gli arrangiamenti sospesi del Cloud Rap, attraversati da un pianoforte malinconico. Un suono che lui stesso ha definito “liquido”, capace di adattarsi all’universo di ogni artista con cui lavora, da Vald a Damso.

Damso
Da lì in poi il Cloud Rap contamina mezza scena francofona: Hamza dal Belgio, e poi nomi come Laylow, Luidji e gli MMZ, spesso con un Rap più cantato, vicino al R&B. Parallelamente, una parte della scena — da Nekfeu ad Alpha Wann e Jazzy Bazz — riporta in auge il Boom Bap e il sample, segno che nessuna epoca scompare davvero: si stratifica con le altre.
Una storia di suoni che si sovrappongono
In trent’anni il beat dell’Hip Hop francese è passato dal vinile al laptop, dal loop di Soul tagliato a mano agli 808 sintetici, dalle atmosfere jazzate alle nebbie del Cloud Rap. Ogni svolta tecnologica ha portato un nuovo modo di sentire e di raccontare, ma il filo conduttore resta lo stesso: la capacità della scena francese di assorbire i suoni d’oltreoceano e restituirli con un’identità tutta sua. I produttori, da Jimmy Jay a BBP, restano i registi silenziosi di questa evoluzione. E la storia, ovviamente, non è ancora finita.
Cosa ne pensi? Qual è il beat o il produttore francese che ti ha colpito di più? Diccelo nei commenti.
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