Memo Akten: quando il codice diventa coscienza
C’è una domanda che Memo Akten si porta dietro da sempre, molto prima che l’intelligenza artificiale diventasse l’argomento del decennio. Una domanda che non appartiene alla tecnologia, ma alla filosofia, alla neuroscienze, persino alla spiritualità: cosa significa vedere?
Non vedere nel senso fisico. Vedere nel senso pieno del termine — percepire, interpretare, costruire significato a partire dal rumore del mondo. È questa ossessione, declinata attraverso codice, algoritmi e reti neurali artificiali, a fare di Akten uno dei più originali artisti computazionali della scena contemporanea. Un artista che rifiuta persino l’etichetta “AI artist”, e preferisce definirsi semplicemente un computational artist — perché la computazione è il medium comune di tutto il suo lavoro, e l’intelligenza artificiale è solo uno degli strumenti, non il fine.
Da Istanbul a Goldsmiths, passando per il codice
Memo Akten nasce nel 1975 a Istanbul, Turchia. Il suo percorso accademico inizia in modo apparentemente distante dall’arte: si laurea in Ingegneria Civile alla Bogazici University nel 1997. Ma la traiettoria cambia presto — e cambia in modo radicale.
Nel 2007 fonda The Mega Super Awesome Visuals Company (MSA Visuals), uno studio creativo al confine tra arte e tecnologia. Nel 2011, insieme a due nuovi soci, lo studio si evolve in Marshmallow Laser Feast (MLF), collettivo britannico che diventerà uno dei più influenti nel panorama dell’arte immersiva e delle installazioni multimediali. Nel 2014, dopo una serie di progetti ambiziosi e di grande impatto, Akten lascia MLF per concentrarsi sul lavoro personale e su un percorso di ricerca che lo porterà a conseguire un PhD al Goldsmiths, University of London, specializzato in Creative Explorations into Deep Neural Networks. Il titolo viene completato nel 2021, con una tesi che verrà selezionata e pubblicata da Leonardo — tra le riviste più autorevoli sull’intersezione tra arte, scienza e tecnologia.
Oggi è Assistant Professor al Department of Visual Arts della UC San Diego, dove insegna ARTE COMPUTAZIONALE, intelligenza artificiale, XR e computer graphics. È co-fondatore del Superradiance Lab, un laboratorio di ricerca che indaga coscienza, intelligenza e sistemi planetari attraverso l’arte.
Il medium e il messaggio
Il lavoro di Memo Akten si muove su un piano che non è né puramente estetico né puramente accademico. Le sue opere sono domande materializzate: cosa vede una macchina? Come proietta su ciò che non conosce le strutture di ciò che ha già visto? E soprattutto — in che misura questo è diverso da quello che facciamo noi esseri umani ogni volta che apriamo gli occhi?
Questa riflessione trova la sua forma più compiuta in Learning to See, serie di lavori avviata nel 2017 e costruita attorno a reti neurali artificiali che osservano il mondo in tempo reale. La rete neurale cerca di interpretare ciò che vede, ma può farlo solo attraverso il filtro di ciò che già conosce — le immagini con cui è stata addestrata. Un pezzo di carta accartocciato diventa onde oceaniche. Una matita diventa una galassia. Il punto non è la trasformazione visiva in sé, ma quello che rivela: anche noi non vediamo le cose come sono, ma come siamo.
“L’immagine che vediamo nella nostra mente cosciente non è uno specchio del mondo esterno”, spiega Akten, “ma una ricostruzione basata sulle nostre aspettative e convinzioni pregresse.”
È filosofia della percezione, espressa attraverso algoritmi di machine learning. E funziona.
Deep Meditations: un viaggio tra microbi e galassie
Nel 2018 Akten avvia Deep Meditations, serie di installazioni video e sonore che rappresenta forse il lavoro più ambizioso e contemplativo della sua carriera. Si tratta di un film astratto di un’ora, multicanale, costruito attraverso reti neurali profonde — un viaggio meditativo che attraversa scale temporali e spaziali enormi, dai microorganismi alle galassie, dall’origine della vita all’interconnessione di tutti i sistemi viventi.
Il titolo non è metaforico: Akten vuole produrre un’esperienza effettivamente meditativa, che inviti lo spettatore a riconoscere il proprio posto all’interno di un ecosistema complesso, fragile, interdipendente. Non è un’opera che si “guarda” nel senso convenzionale. È un’opera che si abita.
La serie viene sviluppata in più capitoli nel tempo. Deep Meditations: Abiogenesis si concentra sull’emergenza della vita e l’evoluzione degli organismi unicellulari e multicellulari — temi che nel 2022 trovano una sede coerente nella mostra The Beauty of Early Life allo ZKM di Karlsruhe, dove Akten è tra gli artisti invitati. Nel 2021, con Deeper Meditations, Akten porta la serie nell’ecosistema NFT, esplorando le possibilità — e i limiti — del digitale come supporto per l’arte computazionale.
Prix Ars Electronica e il riconoscimento internazionale
Nel 2013 Akten vince il Prix Ars Electronica Golden Nica — il riconoscimento più prestigioso nella media art internazionale — con Forms, opera creata in collaborazione con Quayola. Il lavoro è uno studio sul movimento umano: atleti vengono ripresi durante performance fisiche intense, e il loro movimento viene estratto, decostruito e reinterpretato da algoritmi, trasformato in strutture fluide, organiche, quasi liquide. Il corpo umano come dato grezzo. Il dato grezzo come poesia visiva.
Da allora il suo lavoro viene esposto in alcune delle istituzioni più rilevanti al mondo: la Venice Biennale, il Tribeca Film Festival, il Barbican di Londra, il Grand Palais di Parigi, il Mori Art Museum di Tokyo, il V&A (con l’esposizione Decode nel 2009). Le sue ricerche vengono presentate a conferenze accademiche di primo piano come NeurIPS e SIGGRAPH.
Nel 2016 è il primo artista in residenza del programma AMI di Google. I suoi articoli appaiono su Science, Art in America, il New York Times, il Guardian, Wired.
Superradiance: il corpo come tecnologia ancestrale
Il lavoro più recente di Akten — e il più complesso concettualmente — è Superradiance, sviluppato in collaborazione con Katie Peyton Hofstadter e debuttato nel 2024. L’opera è un’installazione video multicanale, un film e una performance che esplora l’incorporazione, la tecnologia e la coscienza planetaria.
Il Capitolo 1 (Embodied Simulation) medita sull’idea del corpo come assemblea transitoria di cellule, microrganismi e materia cosmica. La danza — e questo è un aspetto particolarmente interessante — viene descritta come “una biotecnologia ancestrale”, un atto primordiale e unificante che connette gli individui tra loro e al mondo vivente. Il Capitolo 2 (Embodying Earth) si spinge oltre la pelle, estendendo la percezione corporea nell’ambiente vivente, contemplando il pianeta intero come organismo.
Non è un salto improvviso: Superradiance è la prosecuzione naturale delle domande già al centro di Learning to See e Deep Meditations. Se Learning to See chiedeva come una macchina costruisce il senso di ciò che vede — proiettando il già noto sull’ignoto — e Deep Meditations portava quella stessa domanda verso scale cosmiche e biologiche, Superradiance la radica nel corpo, nell’esperienza incarnata, nella relazione fisica tra organismo e ambiente. Il filo è sempre lo stesso: dove finisce il sé? Dove inizia il mondo?
Superradiance viene selezionata come Official Selection nella categoria Immersive del Tribeca Film Festival 2024, presentata al BFI London Film Festival, al Digital Body Festival di Londra, al Taikang Art Museum di Pechino. Il progetto è tuttora in tour internazionale.
Nello stesso anno, Boundaries — commissionata dalla Vanhaerents Collection per la Venice Biennale 2024 — viene segnalata da numerose pubblicazioni come una delle opere imperdibili dell’edizione. Akten presenta anche una mostra solo di un anno all’ACMI (Australian Centre for the Moving Image) di Melbourne tra il 2023 e il 2024.
Un artista computazionale, non un “AI artist”
C’è un dettaglio che Akten tiene a sottolineare, e che dice molto della sua postura intellettuale. Non si considera un AI artist.
In più occasioni ha chiarito di non essere un grande fan dell’etichetta “AI art”: il termine, a suo avviso, rischia di ridurre a una questione di strumenti quello che è invece un percorso di ricerca che usa la computazione — l’intelligenza artificiale inclusa — come medium da molto prima che diventasse mainstream. Preferisce definirsi computational artist, perché la computazione è il filo comune di tutto il suo lavoro, indipendentemente dagli algoritmi specifici del momento.
È una distinzione che non è solo terminologica. È una presa di posizione rispetto alla cultura del momento, che tende a ridurre il lavoro con l’intelligenza artificiale a una questione di strumenti e output visivi. Per Akten, la tecnologia è un mezzo per porre domande che esistevano prima dell’AI e continueranno a esistere dopo: cosa significa essere coscienti? Come costruiamo la realtà? Dove finisce il sé e dove inizia il mondo?
Domande millenarie. Risposte computazionali. E qualcosa di profondamente, irriducibilmente umano in mezzo.
Esplora il portfolio completo di Memo Akten su memo.tv e segui il progetto Superradiance su superradiance.art.





