Gangsta Rap sotto processo: PMRC, FBI e la censura in America
Nell’agosto del 1989 un alto funzionario dell’FBI firmò una lettera di protesta contro una canzone che, per sua stessa ammissione, non aveva mai ascoltato. Il brano era “Fuck tha Police” dei N.W.A. Quella lettera è forse il simbolo più chiaro di un decennio in cui l’America ha provato a mettere il Gangsta Rap sul banco degli imputati, trasformando la censura in una questione nazionale.
Tra la metà degli anni Ottanta e la metà dei Novanta, la battaglia contro i testi espliciti ha cambiato bersaglio. All’inizio c’erano le rockstar truccate e le chitarre distorte, poi sono arrivati i rapper di Compton e di Miami. In mezzo ci sono sceriffi, giudici federali, senatori, un vicepresidente e perfino un divo di Hollywood che legge testi ad alta voce davanti agli azionisti di una multinazionale.
Questa è la storia di come associazioni di genitori, tribunali e politica abbiano provato a fermare un genere. E di come quei tentativi, per chi scrive, abbiano spesso ottenuto l’effetto opposto. Per capire come si è arrivati fin lì, però, bisogna partire da un disco di Prince e da una madre arrabbiata.
Washington, 1985: il PMRC e la nascita del bollino

Prince
Tutto comincia nel 1984, con una copia di “Purple Rain”. Tipper Gore, moglie dell’allora senatore Al Gore, compra il disco per la figlia di undici anni. L’ascolto di “Darling Nikki” la sconvolge. Da quell’episodio nasce il Parents Music Resource Center, fondato insieme a Susan Baker, Pam Howar e Sally Nevius. Sono le cosiddette “Washington Wives”: donne sposate con uomini ai vertici della politica e degli affari della capitale.

Black Sabbath
Il PMRC stila un elenco di quindici brani ritenuti inaccettabili, i famigerati “Filthy Fifteen”. Dentro ci sono Prince, Madonna, Cyndi Lauper, Twisted Sister e Black Sabbath. Il Rap, in quella lista, non compare ancora: il nemico di metà anni Ottanta è il Rock, soprattutto l’Heavy Metal.

Frank Zappa
Il 19 settembre 1985 la commissione Commercio del Senato organizza un’audizione sul cosiddetto “porn rock”. A difendere la libertà d’espressione si presentano tre musicisti lontanissimi tra loro: Frank Zappa, Dee Snider dei Twisted Sister e il cantautore country John Denver. Il PMRC voleva un sistema di classificazione con sigle distinte per sesso, violenza, droghe e occultismo. A novembre la RIAA, l’associazione dei discografici americani, accetta invece un avviso generico, da applicare a discrezione delle etichette.

Parental Advisory
Il bollino bianco e nero che conosciamo tutti arriva nel 1990, disegnato da Deborah Norcross per la Warner. Il primo album a sfoggiarlo è di un gruppo rap: “Banned in the U.S.A.” dei 2 Live Crew. Catene come Walmart si rifiutano di vendere i dischi con l’avviso, e le etichette iniziano a stampare versioni “clean”. Secondo molti osservatori, però, il bollino diventa presto un richiamo per il pubblico più giovane. Nei primi anni Novanta finisce addirittura sulle magliette, come segno di ribellione.
Miami, 1990: il primo disco dichiarato osceno

2 Live Crew – Banned in the U.S.A. (1990)
La battaglia legale più dura, paradossalmente, non riguarda un gruppo Gangsta Rap. I 2 Live Crew di Luther Campbell facevano party rap, esplicito e sessualmente diretto fino all’eccesso. Il loro album “As Nasty as They Wanna Be” (1989) era già uscito con l’avviso per testi espliciti.

2 Live Crew sul Miami Herald, 7 giugno 1990
Nel 1990 lo sceriffo della contea di Broward, Nick Navarro, avverte i negozianti: chi vende il disco rischia l’arresto. L’etichetta del gruppo porta la questione davanti a un giudice federale, convinta di spuntarla. Il 6 giugno 1990 Jose Gonzalez le dà ragione solo a metà. Giudica incostituzionali le minacce preventive dello sceriffo, ma dichiara il disco osceno applicando il test Miller del 1973. Secondo il giudice, quei testi si rivolgevano agli istinti e non all’intelletto. È la prima registrazione sonora mai dichiarata oscena negli Stati Uniti.

2 Live Crew
Le conseguenze arrivano nel giro di pochi giorni. Il negoziante Charles Freeman viene arrestato per aver venduto una copia a un agente sotto copertura. Due giorni dopo tocca al gruppo: al termine di uno show per soli adulti in un club di Hollywood, in Florida, vengono arrestati Luther Campbell e Chris Wong Won, mentre per Mark Ross scatta un mandato. Saranno loro tre a finire sotto processo.
Al processo testimonia per la difesa Henry Louis Gates Jr., tra i più noti studiosi di letteratura afroamericana. Gates spiega ai giurati il “signifying”, la tradizione afroamericana della presa in giro e dell’esagerazione. Secondo lui, quei testi parodiavano gli stereotipi razziali spingendoli all’estremo. I membri della crew vengono assolti, e anche la condanna di Freeman cade in appello. Nel maggio 1992 la Corte d’Appello dell’Undicesimo Circuito ribalta la sentenza di Gonzalez, e la Corte Suprema rifiuta di riesaminare il caso. Nel frattempo, secondo alcune fonti, l’album aveva superato i due milioni di copie vendute.
Compton contro la polizia: N.W.A e la lettera dell’FBI

Dr. Dre
Se i 2 Live Crew spaventavano per il sesso, i N.W.A spaventavano per la rabbia. “Straight Outta Compton” (1988) racconta la vita di strada nella contea di Los Angeles senza alcun filtro. Diventa un successo dal basso, senza passaggi radiofonici, e porta il Gangsta Rap fuori dal circuito underground. Il brano che fa saltare i nervi è “Fuck tha Police”, una denuncia della brutalità e della profilazione razziale della polizia. È costruito come un processo: Dr. Dre fa il giudice, mentre Ice Cube, MC Ren ed Eazy-E testimoniano contro gli agenti.

N.W.A
Il 1° agosto 1989 Milt Ahlerich, vicedirettore dell’ufficio affari pubblici dell’FBI, scrive alla Priority Records, che distribuiva il disco. La lettera accusa il brano di incoraggiare la violenza contro le forze dell’ordine. Ahlerich sostiene di esprimere il pensiero dell’intera comunità delle forze dell’ordine. Intervistato dal Village Voice, però, ammette di non aver mai ascoltato la canzone: i testi gli erano arrivati da agenti rimasti anonimi. Aggiunge anche che, per quanto ne sapeva, era la prima volta nella storia del Bureau che l’FBI prendeva posizione ufficiale su un’opera artistica.
Nello stesso periodo, sempre secondo il Village Voice, una rete informale di stazioni di polizia si scambiava fax per far cancellare i concerti del gruppo. A Detroit, il 19 giugno 1989 al Joe Louis Arena, gli agenti sarebbero saliti sul palco appena il gruppo ha attaccato il brano proibito. L’effetto è opposto a quello sperato. Lo scontro con la polizia diventa parte dell’identità dei N.W.A, che si presentavano come “il gruppo più pericoloso del mondo”.
1992: Cop Killer, 2Pacalypse Now e la Casa Bianca
Nel 1992 la questione arriva ai vertici dello Stato, e il Gangsta Rap diventa un tema da campagna elettorale. Sullo sfondo c’è Los Angeles, dopo il verdetto sul pestaggio di Rodney King.

Ice-T e i Body Count
Il primo caso riguarda Ice-T, che però in questa vicenda non sta rappando. “Cop Killer” è un brano dei Body Count, la band Heavy Metal fondata con il chitarrista Ernie C: una fantasia di vendetta contro la polizia violenta. Le associazioni di agenti del Texas minacciano di boicottare Time Warner, proprietaria dell’etichetta. Il presidente George H.W. Bush e il vicepresidente Dan Quayle condannano pubblicamente il brano. A un’assemblea degli azionisti Time Warner, l’attore Charlton Heston legge ad alta voce alcuni testi dell’album davanti ai dirigenti.

Tupac Shakur – 2Pacalypse Now (1991)
Poi arrivano le minacce di morte e gli allarmi bomba negli uffici della Warner. Il 28 luglio 1992 Ice-T annuncia che toglierà il brano dal disco, per proteggere i dipendenti dell’etichetta. Come parte dell’accordo, Warner gli cede i master dell’album. Secondo Billboard, a distanza di decenni “Cop Killer” risultava ancora assente dalle principali piattaforme di streaming.

Tupac Shakur
Il secondo caso coinvolge Tupac Shakur. Nell’aprile 1992, in Texas, Ronald Ray Howard ferisce a morte l’agente Bill Davidson durante un controllo stradale. La difesa sostiene che il ragazzo stesse ascoltando “Soulja’s Story”, dal debutto “2Pacalypse Now” (1991). La giuria non si lascia convincere: Howard viene condannato a morte e giustiziato nel 2005. Il danno politico, però, è fatto. Quayle attacca l’album e dichiara che un disco del genere non ha posto nella società americana. Tupac risponde a modo suo, campionando le parole del vicepresidente nel suo secondo album.
Congresso, azionisti e Bob Dole: la guerra al Gangsta Rap arriva a Wall Street

Yo-Yo
Nel febbraio 1994 la censura del Gangsta Rap entra nelle aule del Congresso. L’11 febbraio una sottocommissione della Camera, presieduta da Cardiss Collins, tiene l’audizione “Music Lyrics and Commerce” e ascolta anche la rapper Yo-Yo. Il 23 febbraio tocca al Senato, con un’audizione della sottocommissione sulla giustizia minorile guidata da Carol Moseley-Braun. Tra i bersagli più citati della seduta c’è Snoop Doggy Dogg, assente dall’aula. La seduta mostra una comunità afroamericana profondamente divisa.

Yo-Yo
La figura chiave della fase successiva è C. Delores Tucker, attivista per i diritti civili e presidente del National Political Congress of Black Women. Nel 1995 stringe un’alleanza improbabile con William Bennett, ex responsabile della politica antidroga e volto del conservatorismo americano. Tucker compra azioni Time Warner e prende la parola alle assemblee dei soci. Il bersaglio è Interscope, di cui Time Warner possedeva metà e che distribuiva la Death Row di Dr. Dre e Snoop Doggy Dogg.
Il 31 maggio 1995 entra in scena Bob Dole, leader della maggioranza al Senato e candidato alla presidenza. In un discorso a Los Angeles accusa l’industria dell’intrattenimento di sfornare “incubi di depravazione”. Cita per nome Geto Boys, 2 Live Crew e i Cannibal Corpse, e indica Time Warner come bersaglio principale. La stampa dell’epoca sottolinea che Dole non aveva visto i film né ascoltato la musica che criticava.

Snoop Dogg
A fine settembre 1995 Time Warner annuncia la vendita della sua quota in Interscope. L’azienda nega di aver ceduto alle pressioni e parla di un contratto che le impediva di controllare i contenuti. Tucker e Dole, comunque, rivendicano la vittoria. Nel mezzo resta schiacciato “Dogg Food” dei Tha Dogg Pound, la cui uscita slitta proprio a causa della polemica.
Chi aveva ragione? Un dibattito mai chiuso
Ridurre la storia della censura del Gangsta Rap a buoni contro cattivi sarebbe comodo, ma sbagliato. Le critiche ai testi misogini non arrivavano solo da politici in cerca di consenso. La giurista Kimberlé Crenshaw, in un saggio dedicato al caso 2 Live Crew, propose una lettura femminista nera che metteva in discussione sia la gestione del caso sia la difesa di Gates.
Allo stesso tempo, il doppio standard era evidente. Luther Campbell denunciava un trattamento a due velocità: comici bianchi come Andrew Dice Clay e Sam Kinison portavano in scena contenuti altrettanto espliciti, riempiendo i palazzetti invece delle aule di tribunale. Il Gangsta Rap veniva trattato meno come arte e più come prova a carico.

Young Thug
In un certo senso lo è ancora. Nel 2007 la Camera torna sull’argomento con l’audizione “From Imus to Industry”, presieduta da Bobby Rush, dove Master P si scusa pubblicamente per i suoi vecchi testi. Oggi il fronte si è spostato nei tribunali penali, dove le rime vengono usate come prova contro gli stessi artisti. I processi in Georgia a Young Thug e Gunna hanno riacceso la questione. Il 30 settembre 2022 il governatore della California ha firmato l’AB 2799, il Decriminalizing Artistic Expression Act, prima legge del genere negli Stati Uniti. Impone ai giudici di valutare il rischio di pregiudizio prima di ammettere un testo come prova. A livello federale è stato presentato il RAP Act, con obiettivi simili.
Cosa resta della guerra al Gangsta Rap
Dal PMRC all’AB 2799 sono passati quasi quarant’anni. La censura del Gangsta Rap non è riuscita a fermare il genere. Il bollino è finito sulle magliette, i N.W.A hanno avuto un biopic in vetta al box office, e Ice-T ha perfino riavuto i master del suo album. A nostro avviso, però, sarebbe un errore archiviare quella stagione come una semplice sconfitta dei censori.
Quegli scontri hanno costretto l’America a chiedersi chi avesse il diritto di raccontare la violenza delle proprie strade, e con quali parole. La risposta non è mai stata unanime, e forse non può esserlo. Il confine tra racconto e apologia, tra denuncia e istigazione, è lo stesso su cui ancora oggi si discute davanti a un giudice. Resta il fatto che ogni tentativo di mettere il rap sotto processo ha finito per processare anche chi lo accusava.
Cosa ne pensi? Qual è secondo te il momento più assurdo della guerra al Gangsta Rap? Diccelo nei commenti.





