Cortile di case popolari con murale graffiti “Banlieue” tra i palazzoni della periferia parigina

Hip Hop delle banlieue: la cultura di periferia diventata Francia

Il DJ Cut Killer ai piatti nella celebre scena di mixaggio del film La Haine Un altoparlante spinto verso una finestra aperta. Due piatti, un mixer e, sotto, un cortile chiuso tra i palazzoni. Nella sequenza più ricordata di La Haine, il DJ Cut Killer manda in strada un mix in cui la voce di Édith Piaf si incastra con un brano Rap sulla polizia, mentre la macchina da presa si solleva sopra la cité. Pochi minuti di cinema che riassumono ciò che l’Hip Hop delle banlieue stava costruendo da anni: una cultura capace di prendere la canzone francese più classica e rimetterla in circolo con un accento nuovo.

Quell’accento non è solo musicale. Nelle periferie delle grandi città francesi il Rap ha fatto da megafono a un modo di parlare, di vestirsi, di filmare e di raccontarsi. Molto di quel patrimonio è uscito dai quartieri popolari e oggi appartiene alla Francia intera.

Per capire come sia successo, una cronologia di dischi non basta. Bisogna tornare a un film in bianco e nero girato a Chanteloup-les-Vignes e ai brani nati attorno a quelle immagini. Poi ascoltare le parole rovesciate che rimbalzano da un palazzo all’altro e notare un coccodrillo cucito su una tuta. E seguire i ragazzi cresciuti con quelle immagini negli occhi, che anni dopo hanno portato la propria cité a Cannes e sugli schermi di Netflix.

Banlieue, cité, 93: quando un codice postale diventa bandiera

Cité popolare della banlieue parigina con palazzi in cemento e strade deserte In francese banlieue indica la fascia urbana che circonda una città. Nell’uso comune, però, la parola ha finito per coincidere con le cités, i grandi complessi di case popolari in cui vivono molte famiglie arrivate dalle ex colonie. Un esempio è la cité des Tarterêts di Corbeil-Essonnes, sorta negli anni Sessanta per rispondere alla carenza di alloggi.

Scena dal biopic Suprême dedicato a NTM, con JoeyStarr e Kool Shen, pionieri del rap francese delle banlieue

NTM

Il Rap francese ha trasformato questa geografia in identità. JoeyStarr e Kool Shen venivano dalla Seine-Saint-Denis e, prima di rappare, si erano fatti notare nella danza, tra Breaking e Smurf. Poi era arrivato il graffiti, lungo la linea 13 della metropolitana. Il collettivo da cui nasce il duo si chiamava 93 NTM: il numero del dipartimento stava già nel nome. Nel 1998 il brano “Seine-Saint-Denis Style” ha reso esplicita quella rivendicazione, trasformando lo stigma del “93” in orgoglio territoriale.

Ministère A.M.E.R., gruppo rap francese di Sarcelles, icona del rap post-coloniale delle banlieue

Ministère A.M.E.R

Stesso meccanismo a nord di Parigi. Il Ministère A.M.E.R., nato tra Garges-lès-Gonesse e Sarcelles, nel 1994 intitola il secondo album 95200, il codice postale di Sarcelles. Per chi viene da fuori è una sequenza di cifre. Per chi ci vive è un indirizzo, una squadra, un’appartenenza.

Vent’anni più tardi, i fratelli Ademo e N.O.S di PNL faranno lo stesso con i Tarterêts, la cité in cui sono cresciuti. Il quartiere diventa set, scenografia e punto di partenza di tutto il loro immaginario.

La Haine (1995): il film che ha dato un volto alla periferia

Ritratto di Mathieu Kassovitz, regista del film La Haine sulla periferia parigina

Mathieu Kassovitz

 Mathieu Kassovitz comincia a scrivere La Haine il 6 aprile 1993. Quel giorno il giovane zairese Makomé M’Bowolé era stato ucciso da un colpo di pistola mentre si trovava in custodia di polizia. Tra le ispirazioni c’è anche la morte di Malik Oussekine, lo studente deceduto nel 1986 dopo le percosse della polizia a margine di una grande manifestazione.

Il film segue per circa venti ore tre amici di una banlieue parigina. Vinz è ebreo e ribolle di rabbia, Hubert è un pugile afro-francese che sogna di andarsene, Saïd è di origine nordafricana e fa da paciere tra i due.

Vincent Cassel sul set di La Haine durante le riprese del film di Kassovitz

Vincent Cassel sul set di La Haine

Le riprese si svolgono in gran parte a Chanteloup-les-Vignes. Troupe e attori si trasferiscono nel quartiere per due o tre mesi, secondo le fonti, prima del ciak e ci restano per tutta la lavorazione. Diversi comuni (le fonti parlano di sette-otto rifiuti su una ventina di siti esaminati) negano il permesso di girare, tanto che per un periodo la sceneggiatura circola con un altro titolo, Droit de Cité. Il bianco e nero di Pierre Aïm dà alle immagini un senso di chiusura quasi carceraria.

Mathieu Kassovitz durante un incontro pubblico sulla trasposizione teatrale di La Haine Il riscontro è immediato. A Cannes Kassovitz vince il premio per la miglior regia, mentre in Francia il film supera i due milioni di spettatori e resta primo al box office per circa quattro settimane. Il primo ministro Alain Juppé organizza perfino una proiezione riservata al governo, pur prendendo le distanze dai toni anti-polizia.

La scena di Cut Killer

Cut Killer alla finestra con i piatti durante la scena di mix più celebre di La Haine La musica del film è affidata agli Assassin, formazione Hardcore Rap in cui milita Rockin’ Squat, fratello di Vincent Cassel, l’interprete di Vinz. I titoli di testa scorrono invece su “Burnin’ and Lootin'” di Bob Marley and the Wailers.

Scena notturna in bianco e nero da La Haine, con i protagonisti in strada tra le auto parcheggiate Poi arriva la sequenza di Cut Killer. Sul brano mixato con Piaf le fonti non coincidono. La pagina inglese di Wikipedia e il British Film Institute indicano “Sound of da Police” di KRS-One, mentre altre ricostruzioni parlano anche di pezzi di NTM (e, secondo una fonte isolata, degli stessi Assassin). Quanto alla tecnica, secondo quanto riportato da British Cinematographer, la camera era appesa sotto un piccolo elicottero radiocomandato, con l’ombra cancellata in post-produzione.

A nostro avviso è il momento in cui l’Hip Hop francese smette di essere un sottofondo e diventa linguaggio cinematografico. La musica esce dalla finestra e occupa lo spazio pubblico, esattamente come fanno i ragazzi del film.

Una colonna sonora che non era una colonna sonora

I tre protagonisti di La Haine, Vinz, Hubert e Saïd, in una scena del film di Kassovitz Accanto al film esce nel 1995, per Delabel, La Haine, musiques inspirées du film. Il titolo è preciso: non si tratta della colonna sonora, ma di una raccolta di brani originali ispirati alla sceneggiatura. Secondo alcune ricostruzioni, NTM era previsto in scaletta ma alla fine ha scelto di non partecipare; le fonti concordano comunque sulla sua assenza dall’album.

IAM - Rap Francese - Hip Hop Francia

IAM

La tracklist è una fotografia della scena di metà anni Novanta. Ci sono il Ministère A.M.E.R. con “Sacrifice de poulets”, gli IAM con Daddy Nuttea in “La 25e image”, Expression Direkt, Sté Strausz, La Cliqua con “Requiem” e MC Solaar con “Comme dans un film”. Lo sguardo va anche oltre confine, con gli svizzeri Sens Unik e “Le vent tourne”.

Assassin, artista di Il ruolo delle radio pirata e club leggendari nell'Hip Hop Francese

Assassin

Gli Assassin partecipano con “L’État assassine”, l’unico pezzo preso da un altro album, Homicide Volontaire. Il brano di MC Solaar sparisce invece già dalla ristampa del 1997, per un problema tra case discografiche. La Wikipedia francese, riprendendo la critica, la considera la seconda compilation fondamentale del Rap francese dopo Rapattitude.

Il caso “Sacrifice de poulets”

Graffiti colorato su un muro di cemento in una banlieue francese, espressione della cultura Hip Hop di periferia Il brano del Ministère A.M.E.R., interpretato da Stomy Bugsy, racconta una notte di rivolta in banlieue. Nel 1995 il ministero dell’Interno porta il gruppo in tribunale con l’accusa di provocazione all’omicidio, coinvolgendo anche la rivista Entrevue e la trasmissione televisiva Ça se discute, che avevano raccolto alcune dichiarazioni dei rapper.

Dopo il processo il gruppo non riesce più a esibirsi dal vivo e si scioglie. I suoi membri, da Passi a Stomy Bugsy, proseguono con carriere soliste. Anni dopo, Stomy Bugsy ha ricondotto quelle parole al clima della promozione del film. Il paradosso è che proprio quel pezzo ha fatto conoscere il gruppo al grande pubblico.

La lingua delle cités: verlan, arabo e rime

Murale di Kouka Ntadi raffigurante un guerriero bantu su un palazzo di periferia Se esiste un’eredità della banlieue che ogni francese usa senza pensarci, è la lingua.

Il primo ingrediente è il verlan, il gioco che inverte l’ordine delle sillabe. Così fou diventa ouf e femme diventa meuf. Esiste perfino un verlan del verlan: meuf, rigirato a sua volta, produce feumeu. Il collettivo Kourtrajmé, di cui parleremo più avanti, prende il nome dal verlan di court métrage. E Stromae ha costruito il suo nome d’arte invertendo maestro.

Graffiti in un quartiere della Seine-Saint-Denis, dipartimento simbolo del Rap francese Il secondo ingrediente sono i prestiti dalle lingue delle famiglie immigrate. Dall’arabo maghrebino arrivano wesh, di origine algerina, kiffer, da kif (piacere), e avoir le seum, da una parola che significa veleno. Dal romanì vengono poucave e chourer, dal nouchi ivoriano tchoin. I linguisti parlano di un “francese contemporaneo delle cités”, un registro che il Rap e i media hanno trasportato nella lingua comune.

Il percorso, però, non è a senso unico. Uno studio accademico dedicato al prestito wesh, citando ricerche precedenti, osserva che la parola sta tornando verso alcuni paesi del Mediterraneo proprio attraverso YouTube e i rapper.

Per il Rap, a nostro avviso, questo lessico è materia prima. Permette rime interne, doppi sensi e un’intesa immediata con chi ascolta. Ed è anche un codice di riconoscimento che separa chi sta dentro da chi osserva da fuori.

Estetica della periferia: tute, sacoche e videoclip

Il coccodrillo conteso

Il duo Arsenik, tra i primi rapper francesi ad adottare la tuta Lacoste come divisa di strada

Arsenik

Tra i codici visivi della banlieue il più riconoscibile è probabilmente la tenuta sportiva. Secondo diverse ricostruzioni della stampa Hip Hop francese, la passione per le tute Lacoste nasce all’inizio degli anni Novanta tra i breaker, un ambiente vicinissimo al Rap. Cappellino, tuta e borsello a tracolla, la sacoche, diventano una divisa. La portano anche gli Arsenik, con Lino e Calbo tra i fan più convinti del marchio.

Lacoste però non ricambia. Per anni tiene le distanze dall’immagine banlieusarde e rifiuta a lungo ogni avvicinamento al mondo del rap, respingendo secondo alcune fonti persino gli stessi Arsenik, tra i suoi fan più fedeli. Il riavvicinamento arriva solo alla fine degli anni Dieci, con rapper come Moha La Squale. Accanto al coccodrillo, anche l’italiana Sergio Tacchini è stata a lungo una bandiera dei quartieri.

Dalla cité al paesaggio globale

PNL Deux Frères 2019, terzo album rap francese Ademo NOS

PNL

Con i videoclip l’estetica della banlieue cambia scala. Nel 2008 il video di “Stress” dei Justice, diretto da Romain Gavras, scatena un caso nazionale per le immagini di ragazzi di periferia che seminano il panico in città. È la prova di quanto quell’iconografia potesse ancora spaventare.

PNL sceglie la strada opposta. Nel 2015 esce “Le monde ou rien”, costruito su un type beat del producer americano MKSB, acquistato secondo alcune fonti per una cifra tra i 20 e i 40 dollari. I video del duo sono girati ai Tarterêts con decine di comparse, ma anche in Islanda, in Namibia e in Italia. Il risultato, come osservava The FADER, è un’estetica ampia e cinematografica che arriva anche a chi il francese non lo capisce. La cité non è più solo un luogo da denunciare: diventa il centro di un immaginario che dialoga con il mondo.

L’eredità: da Kourtrajmé a Les Misérables

Palazzoni di edilizia popolare in una banlieue parigina, tipico paesaggio urbano della periferia francese La Haine ha avuto un effetto diretto su una generazione di autori. A metà degli anni Novanta (le fonti oscillano tra il 1994 e il 1996) Kim Chapiron e Romain Gavras, insieme ad amici d’infanzia come Toumani Sangaré e Ladj Ly, danno vita a Kourtrajmé. Secondo AlloCiné, il successo del film di Kassovitz è stato la spinta decisiva. Il collettivo arriva a contare 134 collaboratori, tra cui Vincent Cassel, JR, Oxmo Puccino e il giornalista Mouloud Achour.

Vista di un quartiere di case popolari nella periferia di Parigi, scenario della cultura Hip Hop delle banlieue Ladj Ly è cresciuto nella cité dei Bosquets, a Montfermeil. Dopo le rivolte del 2005 filma il suo quartiere per un anno nel documentario 365 jours à Clichy-Montfermeil. Nel 2019 il suo primo lungometraggio, Les Misérables, vince il Premio della giuria a Cannes e viene scelto per rappresentare la Francia agli Oscar. Ai César 2020 si aggiudica, tra gli altri, il premio per il miglior film.

Street art e graffiti su una parete di quartiere popolare, codice visivo della periferia francese Il gesto più significativo, però, arriva fuori dal set. Nell’ottobre 2018 Ly apre ai Bosquets la scuola di cinema Kourtrajmé, gratuita e aperta anche a chi non ha titoli di studio. Qualche anno prima, nel 2016, erano state le ragazze di Divines di Houda Benyamina a portare la banlieue sulla scalinata di Cannes.

Il Rap, intanto, si è preso anche la regia. Kery James, cresciuto a Orly ed ex membro della Mafia K’1 Fry, firma con Leïla Sy, già regista dei suoi clip, il film Banlieusards. Esce su Netflix il 12 ottobre 2019, dopo anni di tentativi a vuoto con i distributori tradizionali. La storia di tre fratelli davanti a strade diverse ha avuto un seguito nel 2023. Nel cast compare anche Kassovitz, quasi a chiudere un cerchio aperto ventiquattro anni prima.

Hip Hop delle banlieue: la periferia al centro

Murale con la scritta “Banlieue” su un palazzo popolare al crepuscolo, tra i palazzi della periferia Più di trent’anni dopo La Haine, la banlieue non è più soltanto un tema. È una lingua parlata dai giovani di tutta la Francia, un guardaroba che i marchi hanno imparato a corteggiare, un immaginario che passa da Cannes a Netflix. L’Hip Hop delle banlieue ha fatto da cinghia di trasmissione per tutto questo, a volte pagando un prezzo, come mostra il caso del Ministère A.M.E.R. Da NTM a PNL, da Chanteloup-les-Vignes ai Bosquets, il percorso resta coerente: raccontare il proprio quartiere con i propri codici, senza tradurli per chi sta fuori. Per chi scrive, la lezione più interessante è un’altra. La periferia francese non ha chiesto il permesso di entrare nella cultura nazionale: l’ha riscritta dall’interno, parola dopo parola, inquadratura dopo inquadratura.


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