Mo’ Better Blues: il Jazz al centro del cinema con Spike Lee
Nel 1990 Spike Lee arriva al suo quarto lungometraggio con un’operazione che sulla carta sembra un cambio di rotta radicale. Dopo aver raccontato la tensione razziale di un’estate a Bed-Stuy in Do the Right Thing, il regista si chiude in un club di Jazz e racconta la parabola di un trombettista egocentrico, incapace di scegliere tra due donne e tra l’arte e gli affetti. Mo’ Better Blues è però tutto tranne che un film minore: è il punto in cui l’ossessione di Lee per la musica nera diventa esplicita, grazie al coinvolgimento diretto del sassofonista Branford Marsalis e del trombettista Terence Blanchard, e in cui il confine tra Jazz e Hip Hop — apparentemente due mondi lontani — si assottiglia fino quasi a sparire, con Gang Starr e DJ Premier chiamati a fare da ponte tra le due culture.
Girato tra Brooklyn, Manhattan e Harlem nell’autunno del 1989 e uscito nelle sale statunitensi il 3 agosto 1990, il film segna anche la prima collaborazione tra Spike Lee e Denzel Washington, qui nei panni di Bleek Gilliam, oltre a essere l’ultimo capitolo di una collaborazione familiare destinata a interrompersi di lì a poco.

Un trombettista nato da un conflitto in famiglia
Bleek Gilliam prende il nome, non a caso, da Bill Lee, il padre del regista, bassista e compositore che fino a quel momento aveva firmato la colonna sonora di ogni film del figlio: She’s Gotta Have It, School Daze e Do the Right Thing. Spike Lee scrisse la sceneggiatura mentre lavorava ancora a Do the Right Thing, completando una prima stesura in appena quindici giorni. Il titolo di lavorazione era Love Supreme, omaggio all’album A Love Supreme di John Coltrane (1965), ma Alice Coltrane ritirò il permesso a causa del linguaggio esplicito e delle scene di sesso del film.

L’idea di partenza era raccontare dall’interno un ambiente che il regista conosceva da vicino, essendo cresciuto tra musicisti Jazz. Per questo, in una prima fase, si valutò di affidare i ruoli della band a musicisti veri anziché ad attori: alla fine la scelta ricadde quasi sempre su interpreti professionisti, con l’eccezione del batterista Jeff “Tain” Watts, che nel film suona effettivamente al fianco del quartetto di Marsalis, e di Giancarlo Esposito, pianista nella vita reale oltre che attore nei panni di “Left Hand” Lacey.
Branford Marsalis e Terence Blanchard, la vera anima sonora del film
Se la trama racconta un trombettista, il suono che il pubblico ascolta in sala appartiene quasi interamente a due musicisti reali. Terence Blanchard suona al posto di Washington in ogni assolo del film, mentre Branford Marsalis presta il proprio sassofono al personaggio di Shadow Henderson, interpretato sullo schermo da Wesley Snipes. Marsalis era stato inizialmente scelto per interpretare lui stesso Shadow, ma Lee decise poi di affidare un ruolo così importante a un attore professionista, lasciando al sassofonista un breve cameo come ospite a una festa; il ruolo passò così a Snipes, che nel frattempo aveva declinato un’offerta per Do the Right Thing per girare Major League.

Per rendere credibile la performance di Washington e Snipes, Lee assunse proprio Blanchard e il sassofonista Donald Harrison come insegnanti di musica sul set: Washington ammise in seguito di essere riuscito a stento a suonare tre note prima delle riprese, per poi imparare a mimare correttamente quasi tutti i brani eseguiti nel film dopo mesi di lezioni. Il coinvolgimento di Marsalis e Blanchard rende Mo’ Better Blues uno dei rari casi in cui la componente musicale del cast non è un semplice accompagnamento, ma un elemento costruito con la stessa cura della sceneggiatura.
Dal Jazz all’Hip Hop: “Jazz Thing” e il ponte con Do the Right Thing
È nella colonna sonora che il film rivela il suo legame più stretto con la cultura Hip Hop. Spike Lee era rimasto colpito da “Jazz Music”, un brano tributo al genere presente nell’album d’esordio di Gang Starr, No More Mr. Nice Guy (1989): chiese così al duo di Guru e DJ Premier di ampliare quel concetto per il film, e il risultato fu “Jazz Thing”, costruita da Premier attorno a campionamenti di Thelonious Monk, Charlie Parker, Duke Ellington e Louis Armstrong, con un testo firmato da Guru su un testo poetico di Lolis Eric Elie riadattato in rima. Il brano — prodotto a quattro mani da Premier e dallo stesso Marsalis — finì per attirare l’attenzione della Chrysalis Records, che offrì a Gang Starr un contratto discografico convinta di trovarsi davanti a un gruppo di Jazz Rap puro; DJ Premier avrebbe poi chiarito che quel suono era pensato specificamente per il film, non come direzione stabile del gruppo.

Il legame con l’universo di Lee non si esaurisce qui: tra i titoli di testa compare un breve intervento di Flavor Flav dei Public Enemy, che scandisce le lettere del logo Universal — un piccolo rimando alla colonna sonora hip hop di Do the Right Thing, uscito l’anno precedente con “Fight the Power” proprio degli stessi Public Enemy. Mo’ Better Blues si conferma così un tassello nel modo in cui, tra fine anni Ottanta e primi Novanta, il campionamento del Jazz stava diventando una delle strade principali per l’Hip Hop di New York, un percorso che negli anni successivi porterà a gruppi come A Tribe Called Quest e De La Soul.
Da Bill Lee a Terence Blanchard: un passaggio di consegne
Dietro la colonna sonora ufficiale, firmata dal padre del regista, c’era però un rapporto familiare già segnato da tensioni. Bill Lee, purista del contrabbasso acustico che negli anni Settanta aveva rifiutato di passare al basso elettrico, era da tempo in contrasto con il figlio per il suo secondo matrimonio, e all’inizio degli anni Novanta i due avrebbero interrotto i rapporti: Mo’ Better Blues resta così l’ultima colonna sonora firmata da Bill Lee per un film di Spike.

Terence Blanchard
Intanto Blanchard, chiamato sul set per insegnare la tromba a Washington, durante una pausa delle registrazioni suonò al pianoforte “Sing Soweto”, un brano che stava preparando per il suo album solista. Spike Lee lo ascoltò e chiese di usarlo nel film, dove accompagna la scena di Washington sul ponte con un arrangiamento per archi scritto appositamente da Blanchard. Fu il primo passo di quella che sarebbe diventata una collaborazione più che trentennale con il regista, proseguita l’anno successivo con Jungle Fever e arrivata fino ai lavori più recenti di Lee.
I fratelli Flatbush e le polemiche sull’antisemitismo
Non tutto, nella ricezione del film, riguardò la musica. I due proprietari ebrei del jazz club dove suona il quintetto di Bleek, Moe e Josh Flatbush, interpretati dai fratelli John e Nicholas Turturro, furono al centro di una polemica pubblica poco dopo l’uscita nelle sale. L’Anti-Defamation League definì la loro caratterizzazione — due manager descritti come avidi e spregiudicati — un richiamo a uno stereotipo antisemita di lunga data, e diversi critici di primo piano, da Newsweek al New York Times fino a New York Magazine, si allinearono almeno in parte a quella lettura.

Spike Lee replicò pubblicamente, sottolineando che i due personaggi occupavano meno di dieci minuti di un film di oltre due ore e rivendicando il diritto a raccontare personaggi con difetti senza per questo essere accusato di pregiudizio. Va ricordato, peraltro, che i due fratelli Turturro sono italoamericani e non ebrei. La polemica non ha impedito al film di restare, ancora oggi, un riferimento quando si discute di come il cinema di Lee abbia affrontato, nel tempo, la rappresentazione delle relazioni tra comunità nera ed ebraica negli Stati Uniti.
Il posto di Mo’ Better Blues nella filmografia di Spike Lee

Con un budget di 10 milioni di dollari e un incasso interno di poco più di 16 milioni, Mo’ Better Blues non fu un successo clamoroso, ma consolidò la 40 Acres and a Mule Filmworks come casa di produzione capace di portare avanti un cinema d’autore su temi afroamericani con una continuità di cast: tornano infatti diversi volti già visti in Do the Right Thing, da Bill Nunn a Giancarlo Esposito, insieme a un giovane Samuel L. Jackson nei panni dello spietato Madlock.
Nel cast figura anche il comico Robin Harris, nei panni di Butterbean Jones, scomparso il 18 marzo 1990, pochi mesi prima dell’uscita del film. La critica dell’epoca, pur apprezzando la fotografia di Ernest Dickerson e l’intensità di Washington, trovò la trama poco convincente e a tratti artificiosa, restando più intimo e meno corale dei due film precedenti.
A distanza di oltre trent’anni, Mo’ Better Blues resta soprattutto questo: il momento in cui il regista ha smesso per un attimo di guardare alla strada per guardare dentro un club di Jazz, portando con sé — quasi inconsapevolmente — anche l’Hip Hop che in quello stesso periodo stava riscoprendo le proprie radici jazzistiche.
Cosa ne pensi del rapporto tra Spike Lee e il Jazz raccontato in Mo’ Better Blues? Qual è la tua scena preferita del film? Diccelo nei commenti.
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