Murale con la scritta NAPOLI e il profilo del Vesuvio in un vicolo illuminato di notte, inquadratura ravvicinata

Rap Napoletano 2010-2020: da Underground a fenomeno nazionale

Clementino - Hip Hop Napoli - Rap Italiano Il 12 febbraio 2013 Spotify sbarca in Italia, nei giorni del Festival di Sanremo. Poco più di tre mesi dopo, il 28 maggio, Clementino pubblica Mea Culpa, il disco che lo porta dentro una major. Due date che a distanza sembrano scollegate e che invece raccontano lo stesso passaggio: quello del rap napoletano da circuito di nicchia a linguaggio che l’Italia intera ascolta, canta e discute.

Co'Sang - Gruppo Hip Hop di Napoli

Co’Sang

All’inizio del decennio quel mondo viveva di freestyle, centri sociali e progetti indipendenti, con qualche eccezione già in orbita major come i Co’Sang. Alla fine, Geolier ha pubblicato un primo album destinato al disco di platino, Luchè guida un’etichetta che lancia una generazione, Rocco Hunt e Clementino hanno calcato il palco di Sanremo e un artista incappucciato di cui nessuno conosce il volto raduna circa ventimila persone sul lungomare.

Alle origini e alla questione del dialetto abbiamo già dedicato un altro pezzo. Qui ci interessa ciò che viene dopo per il rap napoletano: chi ha aperto le porte, cosa ha spostato l’equilibrio (l’industria, Gomorra, lo streaming, la Trap) e perché, a nostro avviso, questa storia parla di infrastrutture tanto quanto di talento.

Freestyle, centri sociali e label indipendenti: il punto di partenza

Co'Sang - Hip Hop Napoletano - Immagine di Copertina

Co’Sang

A nostro avviso, nel 2010 il rap napoletano, o meglio campano, è una rete di scene più che un movimento unico. Clementino, cresciuto tra Cimitile e Nola, nell’hinterland napoletano, ha già esordito con Napolimanicomio (2006) e nel 2011 pubblica I.E.N.A., acronimo di “Io e nessun altro”. La sua gavetta passa dai centri sociali e dalle gare di freestyle in giro per l’Italia: a Panorama, nel 2013, la riprende con le parole del collega Ensi: non gavetta, ma “il Vietnam”.

Luche - Rapper Hip Hop Italiano

Luché

Poi ci sono i Co’Sang. Luchè e Ntò si erano fatti conoscere con Chi more pe’ mme (2005), distribuito da Universal dall’anno successivo, e avevano proseguito con Vita bona (2009). Nel 2012 il duo si scioglie. Luchè riparte da solista con L1, album indipendente con ospiti come i Club Dogo, Marracash ed Emis Killa, ed entra in Roccia Music, il collettivo di Marracash. A nostro avviso è un segnale: per arrivare al pubblico nazionale, la strada passa ancora da Milano.

Più a sud, a Salerno, un ragazzino gira le jam con il nome di Hunt MC. Rocco Hunt pubblica nel 2010 l’EP autoprodotto A’ music’ è speranz e nel 2013 il primo album, Poeta Urbano, dopo collaborazioni con Clementino e Ntò. Non è napoletano ma salernitano: la scena di cui parliamo è campana prima ancora che partenopea.

Clementino: dalla major a Sanremo

Clementino sorridente sul red carpet con giacca nera e collana, protagonista del rap napoletano in classifica

Clementino

Il 28 maggio 2013 esce Mea Culpa, per Tempi Duri Records in collaborazione con Universal Music. Tra gli ospiti ci sono Fabri Fibra e Marracash. Il disco entra al quarto posto della classifica FIMI e viene certificato oro; il singolo ‘O vient supera i 22 milioni di visualizzazioni su YouTube e parla di chi è costretto a partire per mancanza di opportunità. Clementino stesso descrive il titolo come un esame di coscienza collettivo, che chiama in causa politica, tribunali e giovani del Sud.

Clementino durante un'esibizione live al microfono, con giacca in pelle e tatuaggi in primo piano Il passo successivo è Miracolo! (aprile 2015): primo in classifica FIMI, certificato oro, con l’ultima registrazione di Pino Daniele, Da che parte stai. Nel 2016 arriva Sanremo con Quando sono lontano, che chiude settima e diventa singolo di platino. Nel 2017 c’è il bis con Ragazzi fuori, incluso in Vulcano, uscito il 24 marzo. Nel 2018 Clementino è tra i fondatori di TRX Radio, insieme a Fabri Fibra, Salmo, Guè Pequeno, Marracash, Ensi e a Paola Zukar.

Racconta Rocco Hunt che nel 2014 lui e Clementino salirono accanto a Pino Daniele nel suo ultimo concerto napoletano, al Palapartenope. Per chi scrive, il punto è questo: Clementino non abbandona il linguaggio del freestyle, lo porta dentro un pop rap da classifica senza smettere di rimandare a Napoli. È il primo segnale che il rap napoletano può stare in cima alle classifiche senza snaturarsi.

Rocco Hunt e il dialetto all’Ariston

Ritratto ravvicinato di Rocco Hunt con occhiali da vista e catena d'argento al collo

Rocco Hunt

Nel 2014 Rocco Hunt vince la sezione Nuove Proposte di Sanremo con Nu juorno buono. Secondo Sky TG24 è il primo brano rap a riuscirci nella storia del Festival. Il pezzo parla della Terra dei Fuochi e resta ancorato al suo dialetto. Nel 2016 torna in gara con Wake Up.

Rocco Hunt sorridente con capelli ricci e occhiali da sole al collo, ritratto informale La sua traiettoria è opposta a quella di chi resta. Si trasferisce a Milano, scelta che lui stesso lega al momento storico e al desiderio di raggiungere certi risultati. Di recente ha detto che la situazione si è quasi invertita, grazie ai sacrifici di chi è partito prima. Sul dialetto racconta un cambio di percezione: quello che un tempo poteva suonare come un’offesa è diventato un motivo d’orgoglio. La strada pop, per Rocco Hunt, non esclude il resto: nel 2020 pubblica A un passo dalla luna in coppia con Ana Mena, ma continua a portare il rap napoletano nei singoli in dialetto, come Sultant’ a mia, il cui video ha poi superato i dieci milioni di visualizzazioni.

Gomorra: la serie che ha dato una colonna sonora al rap napoletano

Il cast della serie tv Gomorra in posa in un capannone abbandonato, con il logo dello show in basso Il 6 maggio 2014 debutta su Sky Atlantic Gomorra – La serie, tratta dal libro di Roberto Saviano. Le musiche originali sono dei Mokadelic, band post-rock, ma il rap entra nelle scene. Rolling Stone ricorda i brani dei Co’Sang, di Rocco Hunt, Enzo Dong, Luchè, Lucariello e Ntò, mentre il documentario Gomorrah Sound raccoglie le testimonianze di rapper, produttori come D-Ross e cantanti neomelodici come Franco Ricciardi.

I cinque componenti della band Mokadelic in una foto di gruppo dai toni scuri e vintage

Mokadelic

I casi più evidenti sono due. Luchè ha ‘O primmo ammore, tratto da Malammore (2016), nella colonna sonora. Enzo Dong, classe 1991, cresciuto tra Secondigliano, Piscinola e Scampia, pubblica a dicembre 2015 Secondigliano Regna, inserito nella seconda stagione. Seguono Higuain (ottobre 2016), che in un anno e mezzo supera i 12 milioni di visualizzazioni, e Italia Uno (marzo 2017).

Enzo Dong ritratto in studio circondato da pistole in un'immagine artistica dai toni gangsta

Enzo Dong

Il legame ha un costo. Il dibattito sulla glorificazione del crimine attorno alla serie è ancora aperto, e lo stesso Dong ammette che Higuain e Italia Uno hanno scatenato reazioni. Con Ciro, nel 2018, prova a ribaltare il punto di vista: il ritornello insiste sul ricambio continuo dei criminali e si rivolge ai ragazzi delle periferie. Rolling Stone osserva che la critica lo snobba per l’estetica gangsta. Per chi scrive, Gomorra ha funzionato da vetrina nazionale per il rap napoletano prima che lo streaming facesse lo stesso lavoro su scala più ampia.

Rap napoletano, streaming e trap: la generazione di Geolier

GEOLIER, artista di Hip Hop Napoletano

Geolier

Spotify arriva nel 2013 e, nei suoi primi dieci anni italiani, la classifica degli artisti più ascoltati finisce dominata da rap e derivati. Nello stesso arco di tempo gli artisti italiani sulla piattaforma passano da 26mila a 196mila e gli stream da 180 milioni l’anno a 22 miliardi. Rocco Hunt la mette così: grazie ai social e al marketing digitale non serve più diventare per forza pop per costruire una fanbase.

Enzo Dong seduto sul sedile posteriore di un'auto con occhiali vistosi e sigaretta in mano

Enzo Dong

È il terreno su cui cresce la nuova scena del rap napoletano. Nel 2019 Luchè fonda BFM Music e mette sotto contratto CoCo, MV Killa, Geolier, Vale Lambo e Lele Blade. C’è poi Siamo La Fam, collettivo che riunisce Lele Blade, MV Killa, Vale Lambo, Yung Snapp e il producer Niko Beatz. Geolier esplode nel 2018 con P Secondigliano, realizzata con Nicola Siciliano, seguita da Mercedes, Queen e Mexico. Il 10 ottobre 2019 esce Emanuele: sedici tracce, direzione artistica di Dat Boi Dee, ospiti come Luchè, Emis Killa, Lele Blade e Guè. Sarà certificato platino. Nello stesso 2019 Enzo Dong pubblica il primo album, Dio perdona io no, con Fabri Fibra, Dark Polo Gang, Tedua e Gemitaiz.

Il blog Raphaolic scriveva a metà 2019 che, se esisteva una capitale del rap italiano, era Napoli. È un’opinione, ma un indizio arriva da Spotify: Stamm Fort, di Luchè con Sfera Ebbasta, compare nella lista dei brani napoletani più ascoltati di sempre su Spotify.

Liberato: il pop in dialetto che non si lascia incasellare

Persona di spalle con felpa nera e scritta LIBERATO, sullo sfondo la costa napoletana A febbraio 2017 compare su YouTube il video di Nove maggio, regia di Francesco Lettieri. In pochi giorni arriva a nove milioni di visualizzazioni. Il suono unisce elettronica e dub, i testi in dialetto raccontano storie d’amore ambientate in città, con qualche frase in inglese. Sky TG24 nota che c’è chi lo chiama rapper, chi neomelodico, chi indie, mentre nessuno sa chi sia davvero. Più che rap napoletano in senso stretto, a nostro avviso è un ponte tra generi: il suo primo live è al Club to Club di Torino, festival di musica elettronica.

Fotogramma da un videoclip di Liberato con una ragazza davanti a uno stadio e la scritta Napoli Il 9 maggio 2018 Liberato tiene un concerto sul lungomare di Napoli: circa ventimila persone, cappuccio calato sul volto. Il 9 giugno il concerto milanese va esaurito in mezz’ora secondo doppiozero, in venti minuti secondo le cronache dell’epoca. Per Internazionale la sua abilità sta nel fondere ciò che è napoletano e ciò che non lo è, arrivando a un pubblico nazionale. Tu t’e scurdat’ ‘e me figura nella stessa lista Spotify dei brani napoletani più ascoltati.

Un decennio, tre spinte

Panorama di Napoli al tramonto con il Vesuvio e un microfono vintage in primo piano, simbolo del rap napoletano Rileggendo il decennio, il rap napoletano si muove su tre spinte. Prima i pionieri, Clementino e Rocco Hunt, che aprono le porte di major e Sanremo. Poi una serie tv che dà una colonna sonora ai quartieri. Infine una generazione che, grazie allo streaming, smette di dover partire per farsi ascoltare.

Quello che è venuto dopo lo conferma. Nel 2024 Geolier chiude secondo a Sanremo con I p’ me, tu p’ te e porta i suoi concerti allo Stadio Maradona, mentre i Co’Sang si riuniscono a settembre in Piazza del Plebiscito. La storia del rap napoletano non è più quella di una città che chiede attenzione: è quella di una scena che la ottiene.


Cosa ne pensi? Qual è il tuo artista, album o momento preferito del rap napoletano di questo decennio? Diccelo nei commenti.

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